Thursday, September 19, 2013

Il Profumo.

Leggedo stamattina il post di Supermambanana, su Genitoricrescono, ho scoperto di questa campagna di sensibilizzazione ai profumi:
Devo dire la verita' io, di questa campagna, non ne avevo proprio sentito parlare.
Una fitta al cuore.


NO un mondo senza odori e profumi NO.
Io vivo del mio olfatto.

Mi rendo conto man mano che ci penso che la quasi totalita' dei miei ricordi sono legati ad un odore, una puzza, un profumo:
Il profumo di saponetta Camay rosa di casa di mia nonna paterna, la puzza terribile della sua cantina li dove c'erano le botti di vino fatto in casa.
L'odore di dopobarba di mio nonno materno e di fritto nella loro cucina.
L'odore della mia cameretta da piccola: di legno e vernice appena fissati.
L'odore dell'armadio di mia madre: la naftalina.
L'odore nauseabondo del profumo che portava la mia professoressa di matematica al liceo.
L'odore di cuoio bagnato, letame e fieno delle lezioni di equitazione.
L'odore del cloro della piscina e dello shampoo alla mela verde.
L'odore di sudore del guanto e della maschera da scherma. La puzza della sala scherma mista agli ordori dei vari shampoo utilizzati dopo aver nuotato.
Roma, il profumo che utilizzava sempre mia cugina.
L'odore del deodorante spray che utilizzava la mia compagna di casa all’universita’, che riempiva il nostro minuscolo bagno e rimaneva li, fino al giorno successivo.
Il profumo del mio primo fidanzato, misto alla puzza di sigaretta appena fumata e caffe' appena bevuto.
L'odore dei preservativi.
L'odore di zolfo e disinfettante del laboratorio della mia tesi di laurea.
L'odore e i profumi delle cabine degli aerei.
Il profumo di DKNY verde che mi ha accompagnata da NY in poi.
La puzza del retro dei McDonald in giro per il mondo. Sempre uguali.
L'odore nauseabondo dei mercati africani.
La mia crema per il corpo Chanel che me li fa dimenticare.
Il profumo al muschio bianco comperato a Parigi, sempre con me in giro per i cantieri.
Il profumo del tortino al cioccolato mangiato quella sera.
L'odore di mio marito, che non ha odore, lui non suda e non usa deodorante, a quanto pare anche suo padre e suo fratello sono cosi', faranno parte del famosogenotipo?
E piu' che altro, sara' un caso che io che vivo di odori abbia perso completamente la ragione per qualcuno che non ha odore?
L'odore di casa nostra, che e' sempre quello ovunque ci spostiamo nel mondo.
Il profumo di mia figlia. Quel profumo di bimba fantastica che riempie la mia vita di colore. Quel profumo che sento quando vado a prenderla all’asilo misto allo Chanel che usa mio marito e che lei adora vuole mettere tutte le mattine per odorare di papa’.
L’odore del glicine di casa di mia madre, che ritrovo in molte fragranze.
L’odore di fiori freschi e non, che sento sulla tomba di mio padre e che non vorrei sentire mai.
L’odore di pioggia e di erba bagnata.
Il Profumo di Suskind e’ in assoluto il libro piu’ bello che io abbia mai letto, una rivelazione per me.
Io capisco cosa voglia dire cercare da una vita il profumo, perfetto.
E non lo voglio un mondo senza profumi.

Questo post partecipa al blogstorming (e’ la prima volta che emozione!!)






Monday, September 16, 2013

Bath.

Avete mai sentito nominare Bath?

E’ una cittadina splendida!
Finalmente dopo sei anni di permanenza in Uk siamo riusciti a visitarla.
E abbiamo anche deciso di tornarci al piu’ presto.
Bath e’ una citta’ romana.
Romana nei materiali, nell’architettura, nell’acqua he sgorga dal complesso termale e forma delle piccole cascate gettandosi nel fiume Avon.
Romana sorprendentemente nel clima.
Le temperature medie di Bath a Settembre sono di ben due gradi piu’ alte di quelle di Londra.
Non c’e che dire, i Romani avevano l’occhio lungo, non sbagliavano un colpo.

Bath e’ una citta’ universitaria.
Avete presente Perugia?
Universitaria nei locali alla moda, nei negozi che vendono arredamento da studenti, negli studenti stessi.
Studenti che sono un po’ ovunque, chiacchierano, passeggiano, suonano.

Bath e’ un centro termale.
La sua Spa oltre ad essere famosissima e sempre affollata e’ un mix di romano e moderno, di sassi gialli, vetro e acciaio.
Non vedo l’ora di poterci trascorrere un intero pomeriggio, di quelli lontano dal mondo e dai pensieri, di quelli che fanno tanto bene all’anima.
Bath, a quanto pare e’ anche la sede della Jane Austen society, il cui festival annuale si teneva proprio questo sabato.
Se lo avessi saputo avrei sfoggiato il mio bellissimo vestito vittoriano blu con guanti e ombrellino coordinati.
Perche’ voi non lo avete?
E’ il capo che non dovrebbe mai mancare nell’armadio di ogni donna, ma anche uomo, che si rispetti.
In effetti Bath e’ anche parecchio vittoriana, con i suoi giardini curati, la sua passeggiata sul lungo fiume e le sue residenze sontuose.
Ma anche i suoi vicoli buoi e sporchi e le sue porticine sgangherate lungo i sottostrada.
Visitando Bath ho finalmente visualizzato molti dei luoghi descitti nel libro che sto leggendo al momento: “ Victorian Mystery megapack”.
Non che le faccia onore.
Questa e’ un’informazione per gli appassionati del genere, ecco.

P.S. Informazione di servizio, anche questo post è stato pubblicato sul bellissimo sito di  Bimbi e Viaggi. Ejoy!

Back Home.

Back home, eventually!

Scusate l’assenza.

Siamo stati in vacanza e si sa quando si sta in vacanza si spezza, si stacca.
Ne avevamo bisogno.
In questo mese sono accadute molte cose. Alcune mi sono piaciute, altre, no, per niente.
Mi e’ piaciuto stare una settimana al mare, servita e riverita, avendo come unico pensiero la quantita’di crema solare da applicare e il colore del costume da abbinare alle ciabatte.
Mi e’ piaciuto non avere i rimorsi della viaggiatrice mentre ero al mare servita e riverita perche’ lo stavo facendo per mia figlia.
Si, e’ vero, lo stavo facendo per mia figlia. Qualcuno ha qualcosa da obiettare?
Mi e’ piaciuto uscire tutte le sere della settimana con mio marito, accoccolati su un divano bianco bordo piscina a sorseggiare brandy lui, camomilla io.
Mi e’ piaciuto vedere mia suocera cavarsela egregiamente con mia figlia e farle dono di un po’ della sua straordinaria semplicita’ emotiva, che io le invidio tanto.
Non mi e’ piaciuta la sensazione di lasciare mia figlia a 2000km di distanza da me.
Mi e’ piaciuto pian piano aver superato la paura di lasciarla.
Non mi sono piaciute le lamentele continue di mia madre e l’ansia e il nervosismo che ha passato a mia figlia.
Dovevo aspettarmelo.
Ingenua io.
Tesoro della mamma.
Non mi e’ piaciuto il fatto di non aver trovato  mia figlia ad aspettarmi all’aereoporto e averla trovarta invece a casa dolorante perche’ era caduta dal divano.
Tesoro della mamma, non ti sei fatta nulla (non si era fatta nulla in effetti), su in piedi. Questo avrebbe dovuto dirti tua nonna invece di spaventarti come ha fatto.
Risali sul divano, avrebbe dovuto dirti dopo essersi accertata che non fosse successo nulla di grave.
Quando si cade da cavallo, si deve risalire subito. Cosi’, diceva il mio allenatore, io lo odiavo, spaventata e dolorante come ero, ma aveva ragione.
E se aveva ragione!
Mi e’ piaciuto vedere il bellissimo rapporto che mia figlia e’ riuscita a costruire con mia sorella e mio fratello. Pur vedendoli cosi’ poco.
Mi e’ piaciuto prendere definitiva consapevolezza del fatto che due settimane chidfree sono un sogno, da ripetere senza ombra di dubbio. Ma anche che tu, tesoro mio, sei il mio sogno piu’ grande. E questa consapevolezza mi ha fatto venire il coraggio di sognare ancora.
Mi e’ piaciuto vedere mia figlia cresciuta, coraggiosa, che sa quello che vuole.
Ma soprattutto mi e’ piaciuto tantissimo riportarmela a casa.

PS. Questo post e’ stato scritto a meta’ Luglio. Poi sono stata travolta dal lavoro e dalla migrazione di rete.

L’estate sembra cosi’ lontana. stamattina il mio cappotto nero ha fatto di nuovo capolino fuori dall’armadio. Speriamo che l’estate nel 2014 decida di passare da queste parti di nuovo, ne ho veramente bisogno.

Wednesday, May 29, 2013

Let it Be.

And when the broken hearted people
Living in the world agree
There will be an answer, let it be
For though they may be parted
There is still a chance that they will see
There will be an answer, let it be”


In compagnia delle mie amiche, sbarcate a Londra per il weekend, Sabato sera ho assistito al Musical dedicato ai Beatles “Let it Be”.
Adoro i musical: l’ho gia scritto da qualche parte? Se si, lo ripeto.
Se no, lo dico e lo sottolineo: adoro i musical.
Se non ne vedo almeno un paio l’anno, verso Dicembre comincia ad insinuarsi in me quel brividino di impazienza, di insoddisfazione, quella sensazione latente di non aver vissuto abbastanza.
Per fortuna vivo a Londra (ah e’ uno dei motivi per cui l’ho scelta, ecco giusto), per fortuna esiste il West End, per fortuna esistono i biglietti lastminute superscontati, per fortuna esistono gli upgrade.
Adoro gli upgrade. Ma questo e’ un altro discorso.
In una vita passata ero una attrice/ballerina/cantante di musical e vivevo a New York.
O forse lo saro’ nella prossima, chi lo sa.
O forse lo sara’ mia figlia che ha composto la sua prima canzone a quindici mesi. Una canzone che parlava di lei, del suo asilo e di una torta.
Che quando sta per addormentarsi tento di cantarle una ninna nanna e lei mi dice: “mamma shhhh canta M.”
Che ha imparato a fare le scale sul pianoforte e mentre suona mi dice: “mamma dance, cosi”, lascia il piano e comincia a roteare per la stanza infilando qua e la qualche inchino.
Che e’ in perenne ricerca di un pubblico per le sue piccole rappresentazioni.
(Non scherzo: la cosa e’ abbastanza inquietante.)
Sto divagando.
Parlavo del musical dedicato ai Beatles.
Al contrario di cio’ che pensavo, non e’ stato il solito musical da West End con cori e balletti.
E’ stato un vero e proprio concerto con i quattro attori/musicisti, somigliantissimi, che riproponevano pezzi dei concerti piu’ famosi, quasi sempre la loro parte finale, mentre intorno scorrevano immagini d’epoca.
I loro capelli si allungavano di concerto in concerto.
Cosi’ come i loro pantaloni.
Come in tutti i concerti abbiamo ballato e cantato a squarciagola, perche’ si sa le canzoni dei Beatles sono come quelle di Battisti non ricordi di averle mai ascoltate volontariamente eppure le conosci tutte a memoria.

“Love, love me do
You know I love you
I'll always be true
So please, love me do
Whoa, love me do”

“Well, shake it up, baby, now (Shake it up, baby)
Twist and shout (Twist and shout)
C'mon, c'mon, c'mon, c'mon, baby, now (Come on baby)
Come on and work it on out (Work it on out)”

“It's been a hard day's night, and I'd been working like a dog
It's been a hard day's night, I should be sleeping like a log
But when I get home to you I find the things that you do
Will make me feel alright”

“That's why I go for that that rock and roll music
Any old way you choose it
It's got a back beat, you can't lose it”

“Yesterday, love was such an easy game to play
Now I need a place to hide away
Oh, I believe in yesterday
Mm mm mm mm mm mm mm”

 Basta sono tantissime, non riesco piu’ a fermarmi.
Concludo con questa, che cantavo a mia figlia ogni volta che la allattavo e lei mi guardava con i suoi occhioni da cerbiatta.
Chissa’ se un giorno anche lei la cantera’ a squarciagola in un teatro del West End, con le sue amiche vicino e un’orda di cinquanta, sessantenni, scalmanati, intorno.
Io glielo auguro, anzi lo auguro a tutti: e’ stato veramente divertente.
 
“Hey jude, don't make it bad.
Take a sad song and make it better.
Remember to let her into your heart,
Then you can start to make it better.
Hey jude, don't be afraid.
You were made to go out and get her.
The minute you let her under your skin,
Then you begin to make it better.
And anytime you feel the pain, hey jude, refrain,
Don't carry the world upon your shoulders.
For well you know that it's a fool who plays it cool
By making his world a little colder.

Hey jude, don't make it bad.
Take a sad song and make it better.
Remember to let her under your skin,
Then you'll begin to make it
Better better better better better better, oh.
Na na na na na ,na na na, hey jude...”

Around The World With You: 1.

Si era capito che siamo personcine a cui piace andare in giro per il mondo vero?

Milena, una bravisssina professionista nel settore viaggi, che ha creato e gestisce il blog:
Bimbi e Viaggi, ci ha gentilmente ospitati nel suo spazio virtuale per raccontare il nostro viaggio ad Istanbul.

Spero che questo racconto possa contribuire, almeno un pochino, ad aumentare la voglia di chi lo legge a viaggiare.
Perche’ viaggiare e scoprire, partecipare e condividere, almeno per noi at the Blake Hose, sembra sempre essere la soluzione di tutti i mali!
Provare per credere.


Tuesday, May 21, 2013

#Tisaluto.

Anche noi @ the BlakeHouse aderiamo alla campagna promossa da Giorgia Vezzoli:

In Italia (ma non solo purtroppo) l’insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni. Spesso le donne subiscono commenti misogini: dalle considerazioni sull’aspetto fisico per intimidirle e ridurle alla condizione di oggetto, al rifiuto violento di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.
In Italia (ma non solo purtroppo) l’insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all’umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituati da tempo. Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest’anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto. Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa. L’abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo. L’abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensa se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero, abbandonando situazioni, programmi tv o semplici conversazioni (ma anche riunioni di lavoro, presentazioni, corsi di aggiornamento). Pensa se uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane, certo questo nel mio lavoro e’ parecchio difficile, ma tant’e’).
Pensa se in Rete si abbandonasse il dialogo, usando una semplice espressione: #tisaluto. Sarebbe un modo pubblico per dire: io non ci sto. O rispetti le donne o io, a queste regole del gioco, non ci sto. Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno: andiamocene.


E diciamo #tisaluto.

PS1. Lo scorso anno ho lavorato per un progetto in KSA per SA. Mentre vi lavoravo ho scoperto che la mia societa’ aveva preteso da SA una certa quota di presenza femminile sul progetto, anche a livello di project and engineering management. Le procedure anglosassoni sul razzismo di genere sono molto avanti rispetto a quelle di tanti altri paesi (compresa l’Italia ovvio) e questa presa di posizione (che aveva risvolti economici favorevoli per la mia societa’, che questi mica lo fanno per la gloria) all’epoca mi piacque parecchio.

PS2. Stessa cosa non posso dire della prima societa’ per cui ho lavorato subito dopo laureata. Societa’ italiana di provincia per locazione e mentalita’. Ne avrei da raccontare sul sessismo.
Dal responsabile di una filiale che non accettava donne nel suo staf perche’ la fidanzata era gelosa, a quello stesso responsabile che una volta mi disse: “se fossi un uomo saresti un ingegnere perfetto”.
Al project manager che non troppo velatamente una volta mi fece capire che dimostrandomi “amichevole” con uno dei clienti avremmo migliorato i feedback sul nostro lavoro.
Dopo poco li mandai tutti a quel paese e me ne andai.
Da allora ne ho fatta di strada.

Il mondo, per fortuna, molto lentamente ma inesorabilmente sta andando in un’altra direzione.
Chi non sapra' adeguarsi rimarra’ fuori dai giochi (come quella societa’ che ormai e’ quasi fallita), per fortuna.
 
#tisaluto

Con un bel po di ritardo, anche questo post partecipa al BlogStorming di Genitori Crescono: qui 

Monday, May 20, 2013

East is East.

And West is West.
Sono due film inglesi, girati il primo nel 1999 e il secondo nel 2010, ambientati nei primi anni ’70 (1971-1974)
Raccontano la storia di un uomo che dal proprio villaggio ne guardava un altro in cima alla montagna e sognava di raggiungerlo.
Da li ne guardava un altro e si rimetteva in marcia.
E ancora.
E ancora.
Ogni tanto tornava indietro.
Nell’ultimo villaggio raggiunto si era costruito una vita completamente diversa da quella del suo villaggio di origine. Talmente diversa che non ricordava piu’ quale fosse veramente la sua vita di prima.
Nell’ultimo villaggio, l’uomo aveva messo al mondo sette figli/e. Sette individui a cavallo tra la sua cultura, che lui voleva a tutti i costi preservare e la cultura del villaggio.
Sette TCK, Third Culture Kids.
I due film parlano dell’incontro di culture profondamente diverse, di un emigrante che cerca la sua casa, che cerca il sigificato della parola casa. Di un uomo che cerca un pezzetto di mondo che lo rappresenti. Di un disadattato insomma, che tradisce e abbandona la sua cultura a favore di una che lo rispecchi meglio. E poi si sente in colpa e rincorre un passato che non esisite piu’.
E vive la sua straordinaria avventura nel mondo con dolore, che infligge, purtroppo, anche a chi gli sta intorno.
I due film sono volutamente lievi e ironici, anche se a tratti li ho trovati pesanti come un macigno.
Li ho guardati con piacere e ne consiglio la visione a tutti gli emigranti  in giro per il mondo, soprattutto a quelli che si fanno prendere dal panico se non trovano al supermercato le mozzarelle di bufala.
E pensano di avere problemi di integrazione perche’ nel posto in cui vivono non esistono pediatri pagati dal sistema sanitario nazionale.
Ma anche a quelli che pensano che emigrare sia come andare in vacanza. Che sia impossible perdere le proprie radici. Che sia semplice vivere in bilico. Che sia impossibile dimenticare la via del ritorno.
Emigranti si nasce, quel villaggio sopra le montagne non e’ il sogno di tutti.
Ma quando quel sogno esiste ignorarlo e’ come spegnersi, anche se per raggiungerlo spesso si deve sacrficare un pezzo di se.